domenica 4 dicembre 2016

CONOSCI INTERNET MOLTO MENO DI QUANTO CREDI

CONOSCI INTERNET MOLTO MENO DI QUANTO CREDI 

Quanto conosci internet? Ti ritieni esperto, attento e responsabile?

Da una settimana Snowden è arrivato in Italia. Certo in molti, io per primo, non se ne erano accorti. No no, non lui, il film si intende, lui è ancora in Russia. Curioso però come una tematica attuale come la privacy su internet non riscuota tanto successo. O almeno, in ambito cinematografico è stato così: in Nord America il film sullo scandalo riuguardo NSA è uscito a settembre, e gli incassi non hanno ancora eguagliato i costi di produzione. Effettivamente sono argomenti di cui si è parlato e riparlato, è comprensibile che annoino. Di certo annoiano il neo presidente Donald Trump, che almeno in campagna elettorale di internet non ne voleva neanche sentir parlare, e ce lo fece capire a suon di tweet. In ogni caso, la lotta per la privacy, tre annetti dopo il datagate del 2013, è già fuori moda. Nessuno si è ancora spinto a dire che non sia una questione importante; però diciamocelo, quegli pseudo anarchici della rete, gli hacker-attivisti di Anonymous, oppure wikileaks e Julian Assange, e lo stesso Snowden, ci hanno stufato. Non è che siamo disinformati; come si dice, a volte tornano, e la disputa Apple-FBI seguita alla strage di San Bernardino in prima analisi ce lo dimostra, effettivamente ci fu un certo seguito da parte del pubblico. Ed anche i Panama Papers, quantomeno inizialmente, attirarono l'attenzione dei giornalisti. Già, però adesso, nei fatti, è cambiato poco o niente. Sì certo, sono fallite delle banche dall'etica discutibile, qualche società assicurativa poco trasparente, e moltissime persone, anche famose, sono state processate. Forse la quantità di dati era veramente enorme e non assimilabile, o più probabilmente, e paradossalmente, una finanza sempre più astratta non cattura l'attenzione di un pubblico sempre più scettico e insofferente verso di essa. Sarà che non la capisce, forse non vuole, forse non può. Anche se molti commenti vomitati nei social network fanno azzardare la seconda ipotesi, in ogni caso questo articolo non sta cercando qualcuno da incolpare. Al netto quello che conta è la situazione che si è venuta a creare. Una situazione vissuta con disinteresse.

Alla fine la verità è questa, il pubblico è questo, ed anche io e te (il più delle volte) lo siamo: disinteressati. Ripeto, a volte tornano, scoppia qualche scandalo qui e lì, e poi, ma poi, basta. Sì, forse in quest'introduzione si generalizza troppo, ma spesso è così. È comunque vero che molta parte del web e della politica è interessata alla questione privacy e uso dei nostri dati, ma riflettiamo sul fatto che ci si potrebbe mobilitare di più. Protezione (post San Bernardino) e divulgazione (datagates vari) di dati privati e anche intimi sono solo due dei tanti problemi che fanno parte di quel sistema chiamato internet 2.0, basato sul baratto, o altresì, più finemente, sulla commercializzazione degli stessi. Concedendo i nostri dati (gusti, fascia generazionale, precedenti penali etc.) ci viene garantito il sevizio. Questo è "internet 2.0", un mondo assai bello, sì, e non necessariamente negativo. Ha i suoi pro e i suoi contro: meglio l'anonimato assoluto, o la compravendita, la copia e la commercializzazione incontrastata dei nostri dati?
Questo è Google, non sempre così gratuito come sembra

Certo, la cosa migliore sarebbe un compromesso... Ma a questo punto ognuno di noi può analizzare pro e contro, fattori positivi e negativi delle due situazioni, e in qualche modo capire cosa preferire. 

Anzi no. Come vedremo, l' anonimato tutela il diritto d'opinione, protegge i dissidenti politici e tendenzialmente i diritti del consumatore... tendenzialmente, perche allo stesso tempo consente alle peggio criminalità (terrorismo compreso) di agire e comunicare incontrastate. Nel momento in cui vi è domanda e offerta di droga e armi, o iniziano a proliferare truffe e raggiri, il consumo che si viene a creare è leggermente diverso... Il fulcro del discorso arriva adesso, come tornano le provocazioni iniziali.


QUANTO CONOSCI INTERNET?

Per il momento abbiamo parlato di un mondo molto più bello e tranquillo (per quanto in realtà, come abbiamo dimostrato, già assai controverso) di quanto immagini: il web della Silicon Valley, di colossi come Google e Facebook, quel posto paradisiaco in cui tutti siamo interconnessi, e condividiamo le prime cavolate che ci vengono in mente, semplicemente perchè possiamo farlo...
Spesso lo avvertiamo come un qualcosa di negativo; in realtà l'internet in cui navighi, certamente controllato e sfruttato, ma anche protetto e tutelato, è frutto di grandi privilegi per l'utente medio. Non dico sia il paradiso, ma voglio ripeterlo: è molto più bello e tranquillo di quanto immagini... e anche molto ma molto più piccolo. Immaginati un iceberg.
No, non la foglia d'insalata. Un iceberg tipo questo.

Come vedi, la parte emersa, quella parte in qualche modo a noi più "accessibile" e che in mare notiamo subito, è davvero assai minuta in confronto alla massa che la sostiene. E, converrai con me, anche più sicura. Per "andare sotto" infatti, non ti puoi tuffare nudo nelle acque del circolo polare artico. In parole povere, il browserino che usi per andare a giocare su Age of Empires, non basta. Il prerequisito fondamentale per accedere al deepweb è TOR, che non solo è un browser che permette di navigarci, ma è anche la tecnologia su cui il deepweb stesso si basa. Attrettanto importante sarebbe munirsi di un buon antivirus.

 Ma che cos'è TOR (The Onion Router)? Entrando nei dettagli, questa è la pagina di wikipedia che lo spiega approfonditamente. A noi basta sapere che TOR cripta i messaggi "stratificandoli" e li fa rimbalzare in server e computer sparsi in tutte le parti del mondo in modo, che pian piano, come quando si sbuccia una cipolla (da cui il logo del progetto), decriptano il messaggio.

In questo modo gli indirizzi IP di mittente e destinatario rimangono in incognito. Ciò consente inoltre all'utente di entrare nei link .onion, riservati a questo sistema. Tralasciando i tecnicismi, il tutto è molto meno complicato di quanto sembra. Per accedervi basta digitare "tor" su Google, entrare in questo sito, e scaricarsi il browser. È così semplice che anche mio nonno e tua sorella di dodici anni, tutorial su youtube alla mano, potrebbero riuscirci. Ecco, da molti punti di vista questo può essere preoccupante.

*Disclaimer: visitare un sito, unicamente visitare, qualsiasi sia il suo contenuto, non è considerato reato (casi eccezionali a parte). In ogni caso ognuno è responsabile del proprio operato, i contenuti di questo articolo sono unicamente a scopo informativo e funzionali agli argomenti trattati. 

 L'anonimato totale comporta grandi problemi. Se ti sei scaricato TOR dovresti riuscire ad accedere a "The Hidden Wiki" .

Questo sito, gestito dall'intera community del deepweb, contiene i principali link dei servizi offerti da esso, ne è perciò lo snodo principale. Ora, il deepweb è molto più grande dell'internet a cui siamo abituati, ma è anche molto meno popolato: un po' come il vecchio west, qui l'anarchia regna sovrana. Quindi se accedervi è semplice, poi chiaramente le cose si complicano molto, perchè sia truffe che utenti inesperti sono molto frequenti. Però potenzialmente anche un qualsiasi bambino potrebbe entrare in siti che smerciano droga, armi, addirittura si possono assoldare dei serial killer-sicari.

Si, effettivamente Google, Facebook e colossi simili, anche se non esattamente gratis, non sono poi così male vero? Il deepweb è un posto molto pericoloso dove i poteri di multinazionali e governi sono molto limitati, e ciò chiaramente permette a tutti i tipi di criminalità esistenti al mondo di raggiungerti ed arrivare a casa tua con un click.

Esiste un rovescio della medaglia, che di certo non giustifica l'esistenza delle suddette comunità, e che certamente non rende il deepweb un posto migliore, siamo d'accordo. Ma lo rende necessario. Possiamo passare ore a discuterne, l'unico fine del mio articolo è quello di fornire i mezzi per giudicare. Diciamo però che ogni strumento, ogni invenzione, non è buono o cattivo di per sè, dipende da come lo si usa. Abbiamo iniziato parlando di Snowden, ebbene il darknet protegge e tutela milioni di dissidenti in tutto il mondo. Per loro l'anonimato è spesso equivalso alla vita. Qui infatti si trova il più grande archivio di dati governativi top secret, wikileaks.

Di nuovo, sta a ognuno di noi giudicare, ed allo stesso tempo informarsi riguardo la divulgazione di segreti di stato. Chiaramente però, così come spesso anche le grandi democrazie occidentali hanno commesso azioni di etica discutibile e anzi antidemocratiche, chiaramente anche le dittature odierne hanno molti segreti da nascondere. Non sta a me giudicare ma assai spesso molti dissidenti operano nell'interesse dei loro concittadini, contro governi autoritari e antidemocratici. Wikileaks è un sito che permette appunto ai giornalisti di tutto il mondo di archiviare documenti riservati in anonimato, il più possibile al sicuro da eventuali intercettazioni.
Come si nota in questa videata

Adesso puoi rispondere. È meglio svendere i nostri dati in cambio di coccole, pubblicità ma anche protezione, o garantire l'anonimato a tutti e aprire la strada all'anarchia digitale?
Credi ancora che quello  facebook e google sia un monopolio antidemocratico, o che tutto il deepweb nel suo insieme sia da estirpare immediatamente?
Credo di aver dimostrato che un elemento non può prescindere l'altro, il compromesso è necessario. Che compromesso, come e in quale misura, spetta a te giudicarlo. Si spera che nel far ciò, questa lettura ti abbia aiutato.

 Andrea Manca.

Antigone e le leggi naturali e umane

Il 18 novembre 2016 alcune classi del Liceo Alfieri sono andate a vedere due spettacoli incentrati sulla storia di Edipo al Teatro Astra di Torino, messi in scena dalla Compagnia teatrale Mauri Sturno. Il secondo, Edipo a Colono tratto dall’omonima tragedia scritta dal drammaturgo greco Sofocle. 

Trama 
Edipo, allontanatosi volontariamente dalla città di Tebe per non contaminarla con la sua colpa, vaga di città in città, accompagnato dalla figlia Antigone, finché giunge nel demo attico di Colono, alle porte di Atene. Gli abitanti della città, in un primo tempo, vogliono scacciarlo per paura della contaminazione, poi, impietositi dal racconto della sua vicenda, si rivolgono al loro re Teseo.
                                          Elena Arvigo nei panni di Antigone.
Giunge nel frattempo da Tebe Ismene, sorella di Antigone e figlia di Edipo. La ragazza comunica al padre il pericoloso litigio per il possesso del regno che oppone i due fratelli Eteocle e Polinice e gli rende noto il responso dell'oracolo, in base al quale la città che avesse offerto la sepoltura a Edipo sarebbe stata inviolabile. Arriva in seguito Teseo, che, dopo aver parlato con Edipo, gli garantisce assoluta protezione nel suo territorio. 
Il vecchio deve comunque affrontare sia Creonte sia il figlio Polinice, che giungono entrambi con il fine di ricondurre in patria il vecchio re. Edipo si oppone risolutamente al cognato, che addirittura rapisce, per conseguire il suo scopo, Antigone e Ismene. Teseo, però, riesce a recuperare le ragazze e costringe Creonte a tornarsene a Tebe. Per intercessione delle sorelle e di Teseo stesso, Polinice ottiene un colloquio con il padre, che si conclude in modo funesto con la predizione da parte di Edipo della morte dei due fratelli. Quando sulla scena si ode un tuono, Edipo si avvia, seguito da Teseo, verso il bosco sacro alle Eumenidi. Dopo aver svelato al re i segreti necessari a garantire la buona sorte di Atene, Edipo prodigiosamente scompare. La tragedia si conclude con il ritorno di Antigone e di Ismene a Tebe, nel tentativo di migliorare la sorte dei fratelli.

Antigone 
Tra i vari personaggi presentatici durante lo spettacolo, uno che ci è sembrato particolarmente interessante è stato quello di Antigone, una delle figlie di Edipo, lì interpretata da Elena Arvigo. 
Antigone assiste all’uccisione dei due fratelli Eteocle e Polinice che si uccisero reciprocamente. Uno difensore della città venne sepolto con tutti gli onori, l’altro che andò contro la sua città venne abbandonato alle prede selvagge, così ordinò il nuovo re di Tebe Creonte.
Antigone non obbedì a ciò perché andava contro le leggi della religione e della pietà. Prima chese aiuto alla sorella Ismene che si rifiutò, in seguito scappò e diede una sepoltura al fratello.
Quando Creonte lo scoprì, la condannò a morte. Il figlio di Creonte, Emone, promesso sposo alla fanciulla, cercò di convincere il padre a lasciare andare la donna, ma questo desistette , e quando scoprì il suicidio della promessa sposa, si ammazzò sul suo cadavere.
Dalla morte di Antigone scaturirono altre morti, come quella della madre di Emone, morta per il troppo dolore.
Antigone è descritta come una donna forte e sicura di sé e sembra che ciò che è accaduto alla sua famiglia non sia stato nulla per la sua fierezza. Per lei il legame di sangue con il fratello è più importante della legge umana di Creonte. Anche se scoperta e condannata a morte da Creonte, rimante convinta dei suoi ideali.

Leggi umane e leggi della natura 
Dal mito di Antigone si recepisce la netta differenza tra leggi della natura e leggi umane, che nel corso della storia della filosofia è stata oggetto di discussione. Nonostante sappia che per legge era proibito dare una degna sepoltura al fratello, Antigone mette al primo posto la legge della pietà, e quindi della natura, ritenendola più importante per sé stessa. 
In un estratto da "La Verità" di Antifonte, sofista oligarca greco del V secolo a. C. egli dichiarò come sia possibile sfuggire in qualche modo alle leggi umane, mentre non è possibile con quelle della natura. 
In un certo modo le leggi umane vanno contro quelle della natura: le leggi ci dicono cosa vedere con gli occhi, cosa sentire con le orecchie, cosa fare con le mani e dove andare con i piedi, andando contro all’istinto che è il principio delle leggi della natura.

Sara Conte e Anna Sofia Curto

il volontariato dei giovani

Il lavoro è per definizione l'applicazione di un' energia al conseguimento di un fine determinato, che riceve un compenso monetario, adeguato alla suddetta opera. Conosciamo il valore di qualsiasi oggetto e prestazione lavorativa, ma sappiamo quanto costa un sorriso? La risposta sembrerà sorprendente, perchè infatti un sorriso non ha prezzo. Non è una frase fatta, ma una filosofia in cui molti credono. Ho provato a chiederlo a quei pagliacci che, ogni sabato, scappano dal loro ufficio grigio e con le loro parrucche colorate vanno negli ospedali per donare un sorriso. C'è chi fa i palloncini, c'è chi tenta un trucco di magia, chi invece con una chitarra improvvisa un concerto, all'interno dei reparti dove la tristezza sparisce per far posto a un sorriso sincero e spontaneo. C'è chi "semplicemente" si ferma a parlare con i pazienti, ascoltando le loro storie e custodendo con cura questi racconti. Ma se tutto questo non riceve una retribuzione, vuol dire che il "lavoro" di queste persone non ha valore? No, al contrario questo tipo di lavoro ha un valore incommensurabile che non potrebbe essere quantificato con un numero a fine mese. Ed è così che i sorrisi dei pazienti diventano lo stipendio e i ringraziamenti dei familiari, un lauto rimborso spese. Ma come si chiama questo "lavoro" non retribuito ma cosi importante? Il suo nome è Volontariato ed è un lavoro che possiamo fare tutti. Non è richiesta esperienza o competenze specifiche, titoli di studio eccelsi o master, è sufficiente trovare il proprio posto nel mondo e capire che ognuno di noi è in grado di aiutare il prossimo e che in questo, si prova un tipo di felicità, molto rara e preziosa.

Per il Centro Nazionale per il Volontariatoi volontari in Italia sono più di ottocentomila e il 22,1% di loro ha meno di 30 anni.

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Volontariato e scuola
     Il dato è estremamente positivo e incoraggiante, in una società caratterizzata da profondo individualismo.La  scuola ha, in questo, un merito indiscutibile per l’opera di sensibilizzazione che svolge in vari modi, nei confronti dei giovani. Luogo privilegiato per la formazione della cittadinanza attiva, democratica, partecipativa, la scuola ogni anno favorisce l’incontro delle tante associazioni di volontariato e dei ragazzi.
  Nel 2009 sono stati coinvolti 163 mila studenti in esperienze di volontariato negli ambiti sociale, religioso, politico, della difesa dei diritti e soccorso umanitario, della tutela ambientale o delle attività culturali.
Questo denota  una certa sensibilità per l’agire senza un tornaconto personale, se non quello della gratificazione profonda e della appagante consapevolezza di fare qualcosa per la collettività o per chi è in difficoltà.

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La bellezza del volontariato è duplice, è insita in chi la riceve e in chi la attua attivamente. E' trovare una propria dimensione, sapere di essere un cittadino a tutti gli effetti che è in grado di modificare positivamente la realtà che lo circonda. E' proprio in questo concetto che trova le sue radici la famossima frase del Mahatma Gandhi che esortò i giovani a essere loro in primis il cambiamento che vorrebbero vedere avvenire nel mondo.
                                                                        


                                                                                                    Talò Marco Francesco 
 








































Moise Kean: sedici anni e una carriera in ascesa


Nella serata del 22 novembre al minuto '84 il ragazzo è entrato nella storia del calcio come il più giovane calciatore del nuovo millennio a disputare una match di Champions League. Che sia stato un favore al procuratore sportivo Mino Raiola o solamente una scelta tattica dovuta alla carenza di attaccanti, è comunque un evento speciale. Già in scozia il Celtic F.C. aveva messo in campo un giovanissimo di soli tredici anni, ma la differenza del livello di competizione è evidente.
Chi è quindi Kean?
Nasce a Vercelli il 28 febbraio del 2000 da genitori Ivoriani. Inizia a giocare all'Asti nel 2007, ma subito si trasferisce al Torino dove rimarrà per tre anni, infine viene acquistato dalla Juventus nel 2010 dove tutt'ora gioca. Nel corso della sua giovane carriera ha già bucato la rete 10 volte con la maglia della nazionale giovanile in solo 21 presenze, mentre con quella della Juventus under 17, 24 volte in 25 partite. Numeri importanti per la punta centrale che hanno sicuramente condizionato la scelta di mister Allegri.
Quest'estate il ragazzo è stato sotto i riflettori dell'Ajax, squadra che da sempre ha fatto dei giovani il suo marchio di fabbrica: ha provato a fare il grande colpo cercando di prendersi il giovane con la proprosta allettante di farlo giocare già in prima squadra. Tuttavia la Juventus non si è fatta illudere da questa mossa e ha collocato Moise sotto le ali del mister. Il suo valore è attualmente stimato intorno ai 600.000 euro.
A seguito della notizia dell'entrata di Kean sono iniziate subito le prime interviste al fratello, che così lo definisce : “Per noi è stata una gioia immensa, lui di solito non esterna le sue emozioni, ma questa volta si è lasciato andare. Moise è un ragazzo che si fa voler bene, si mette a disposizione di tutti. Ha legato principalmente con Sturaro, col quale si fanno gli scherzi e mettono le foto su Instagram. Tanti giornali provano a paragonare Moise a Balotelli, ma lui è tutt'altro. Balotelli ha il suo carattere come ognuno di noi, Moise non ha mai mancato di rispetto a nessuno... Anche perché le prende sia da me che da mia madre (ride)”. Dalla dichiarazione del fratello si nota come il ragazzo sia stato ben educato e di quanto in realtà sia ancora giovane.
Dal 22 novembre non si può più dire che la Champions non sia un gioco per ragazzini.
(Jacopo Ruffino)

Provocazione. Tra Toulouse-Lautrec e La Belle Époque francese


Ancora una volta, Torino si fa città d'arte: o quanto meno ospite di una delle più importanti esposizioni dell'anno, dedicata alla Belle Époque, essenzialmente focalizzata su uno dei più grandi esponenti dell'età d'oro dell'arte francese, talentuoso innovatore pur incarnando quello stereotipo romantico tipico della bohème parigina, un uomo tormentato e attratto dall'aspetto più celato e oscuro e attraente dei sobborghi parigini; parliamo di Henri de Toulouse-Lautrec. La mostra si svolgerà a Palazzo Chiablese, in piazza San Giovanni, ospiterà circa 170 opere provenienti dall'Herakleidon Museum di Atene e si estenderà per un periodo piuttosto lungo, dal 22 ottobre 2016 al 5 marzo 2017.
 Il conte Toulouse-Lautrec nasce ad Albi nel 1864, afflitto da una terribile malattia che impedisce la crescita dei suoi arti, imponendogli una statura molto inferiore alla media. Lo sviluppo della malattia stravolge del tutto il corso della sua esistenza, sia costringendolo a subire i maltrattamenti e l'esclusione da parte degli stessi genitori, sia mutando radicalmente la sua personale visione sulla vita, facendo nascere in lui un profondo interesse verso tutto ciò che è provocazione e proibito, che sfocia nella forte attrazione verso la vita notturna. Una frase che riportiamo qui di seguito, pronunciata da Lautrec stesso durante i suoi studi presso l'accademia artistica, potrebbe efficacemente definire ciò che è stata la sua arte:

«Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio. Il paesaggio dovrebbe essere usato solo per rendere più intelligibile il carattere della figura.» 


È la figura che domina nelle opere di Lautrec, l'ambiente non è altro che mero sfondo, la accompagna ed esalta mentre lei finalmente si fa protagonista, liberandosi dalla fastosità e ricchezza dell'ambiente circostante, che costituisce ancora una forte componente decorativa nell'emergente arte impressionista, ancora soggetta agli inutili orpelli di forte derivazione barocca che di per sé lo rendevano la componente più attrattiva dell'opera. Lautrec si libera definitivamente da questo concetto: lo sfondo è del tutto ininfluente rispetto alla figura, valorizzata in tutti i suoi aspetti, sia puramente fisici, estetici, che introspettivi.
Ci troviamo di fronte ad una forte critica che egli pone nei confronti della vita parigina, facendosi specchio di una società che ben poco si curava di chi era costretto a vivere ai margini. Per questo i soggetti delle sue opere sono i più vari; un fattore che si riflette anche sulla tecnica, nel rifiuto della classicità accademica e dei tradizionali binomi atelier-modella e olio-tela. Lautrec si reca nei locali notturni più famosi di Parigi, nelle case chiuse, ma anche in altrettanto noti locali per i quali creerà famosissimi manifesti. Le opere vengono realizzate su diversi supporti, dal cartone alla tela, utilizzando ogni strumento per restituire, attraverso un eccellente uso del colore, una certa vitalità alle figure, pur devastate nella propria psiche (ci troviamo spesso di fronte a ritratti di prostitute, ballerine di locali notturni nonché gli assidui frequentatori che li popolavano, spesso persone disagiate e con problemi e difficoltà quotidiane di varia natura ).
L'eccezionale allestimento e la molteplicità delle opere sono componenti fondamentali per cui questa mostra debba necessariamente essere considerata una tappa fondamentale in una eventuale visita della città, sia che siate turisti, sia residenti alla riscoperta di Torino e del suo lato più artistico. Il sito indicato qui fornisce informazioni dettagliate in merito a orari, prenotazioni, prezzi ed eventuali agevolazioni.

(Soraya Guastella)

L'esperimento carcerario di Stanford

L’esperimento carcerario di Stanford fu un esperimento psicologico volto ad analizzare il comportamento degli individui basato unicamente sul gruppo di appartenenza svolto nell’estate del 1971 nell'Università di Stanford, in California, dal professore Philip Zimbardo, aiutato da un gruppo di psicologi e un ex carcerato.
                                                                                 
                                          Targa commemorativa sul luogo dello studio

Il professor Zimbardo fece pubblicare un annuncio su un quotidiano a cui risposero 75 studenti universitari. Tra di loro, furono scelti 24 maschi, escludendo coloro con problemi psicologici, dipendenti da droghe e meno equilibrati e maturi.
L’esperimento consisteva nel simulare un carcere nei sotterranei dell’Università, sostituendo le porte delle aule con delle sbarre così da renderle simili a delle celle, dove erano tenuti i “prigionieri”, tre per stanza, i quali venivano sorvegliati dalle “guardie”. Vi era poi il corridoio che aveva funzione di cortile, per permettere ai prigionieri di camminare, mangiare e fare esercizi e uno stanzino, utilizzato come cella di isolamento.
Gli studenti scelti vennero divisi in modo casuale, tramite il lancio di una moneta, in prigionieri e guardie, i primi dovevano rimanere 24 ore su 24, mentre gli altri avevano turni alterni.
Appena entrati nella “prigione” i prigionieri venivano perquisiti, cosparsi di una sostanza contro i germi e fatti vestire con una vestaglia con un numero, diverso per ogni prigioniero, per identificarli; i numeri avevano la funzione di farli sentire anonimi. Inoltre dovevano indossare una calzamaglia in testa (per evitare la rasatura) e portare una catena alla caviglia, in modo da ricordargli perennemente del loro stato.
Le guardie, invece, erano vestite con un’uniforme color kaki e muniti di fischietto e manganello; per far sì che i prigionieri non percepissero le loro emozioni dovevano anche indossare un paio di occhiali da sole. Alle guardie non fu data alcuna istruzione su come trattare i prigionieri. Nel corso dello studio, si rivelarono tre tipologie di guardie: un gruppo era severo, ma seguiva le regole della prigione; un secondo gruppo non concedeva molti favori ma nemmeno impartivano punizioni severe e un ultimo gruppo che si divertiva particolarmente ad umiliare i carcerati e a infliggere punizioni pesanti.
                                                   Un "prigioniero" e due "guardie"
Dopo quasi due giorni dall’inizio, in seguito ai comportamenti oppressivi delle guardie, si manifestarono dei primi episodi di violenza: i prigionieri si barricarono nelle loro celle ponendo le brandine contro le sbarre e staccarono i loro numeri dalle vestaglie che portavano indosso. Le guardie del turno seguente, spruzzando il contenuto di un estintore all’interno delle celle, riuscirono a sedare questa “rivolta”. In risposta a ciò tolsero le brandine ai prigionieri, cominciarono ad insultarli e umiliarli molto pesantemente e non permisero più loro di andare in bagno, consegnando, in caso di bisogno, un secchio per cella.
                          Le guardie spruzzano il contenuto degli estintori nelle celle
Inoltre iniziarono a mettere contro i prigionieri, così da non essere più superati in numero da essi, infatti, per ogni turno erano presenti solo tre guardie. Allestirono una “cella speciale” per i privilegiati, i prigionieri che collaboravano con loro (di fatto, venivano cambiati di cella casualmente, così da infondere il sospetto negli altri prigionieri) e per questi ottenevano una serie di premi, come il poter mangiare cibi speciali, il poter nuovamente utilizzare il bagno e riottenere vestiti e brandine. 
In seguito, vari prigionieri manifestarono problemi psicologici e crisi emotive, iniziando a pensare di essere realmente in una prigione; così, a parte poche ribellioni sedate dalle guardie, cominciarono ad ubbidire a tutto ciò che gli veniva detto di fare. Addirittura, davanti alla Commissione di Rilascio (formata da psicologi e dottorandi) la maggior parte espressero il desiderio di andare a casa, arrivando anche a rifiutare il ricompenso, come da stabilito, ma nessuno di loro si rese conto di avere la piena facoltà di ritirarsi dall’esperimento: erano tutti convinti che quello che stavano vivendo fosse la pura realtà. 
A quel punto fu chiaro al professor Zimbardo che lo studio doveva essere terminato. Lo studio fu concluso per due motivi: primo, durante la notte, emerse dalle registrazioni video che gli abusi delle guardie si intensificavano, credendo che nessuno lo potesse vedere; secondo, Christina Maslach, dottoranda di Stanford fece capire che ciò che stava accadendo in quella finta prigione non era più un esperimento, ma solo azioni disumane nei confronti di alcuni ragazzi.
 Dopo soli sei giorni (in principio lo studio doveva durare 14 giorni), il 20 agosto 1971 l’esperimento fu dichiarato ufficialmente concluso. 
L’ultimo giorno ci furono una serie di incontri con prigionieri e guardie, prima separatamente e dopo insieme con anche lo staff. Condivisero esperienze e i sentimenti e sensazioni che ognuno di loro aveva provato in quei giorni. 
Da questo studio il professor Zimbardo dichiarò che assumere una funzione di controllo sugli altri nell'ambito di una istituzione, in questo caso quella del carcere, induce ad assumere le norme e le regole dell'istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi. Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l'espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un'aumentata identificazione e sensitività agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l'individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo. 
Le tesi alla base di questo esperimento vengono analizzate da Zimbardo in un suo saggio del 2007 (in Italia, pubblicato nel 2008) intitolato "L'effetto Lucifero". 
Dall’esperimento carcerario di Stanford sono stati realizzati quattro film, qui è riportato il trailer in lingua originale dell’ultimo uscito, per mia opinione il più fedele allo studio: “The Stanford Prison Experiment” regia di Kyle Patrick Alvarez (2015)

Sara Conte 

Informazioni reperite da "Stanford Prison Experiment" e "Esperimento Carcerario di Stanford"

Pirandello a Torino: ritorno al passato

E' in scena al Teatro Carignano di Torino lo spettacolo "L'uomo dal fiore in bocca" un atto unico tratto da Luigi Pirandello, con regia di Gabriele Lavia.
L’originale pirandelliano, che non subisce alcuna modifica nella trasposizione teatrale è stato però arricchito da Gabriele Lavia con altre novelle che affrontano il tema della donna e della morte. Avendo avuto l'occasione di assistere in prima persona a questa rappresentazione il 29 novembre 2016, il mio intento sarà quello di evidenziarne le tematiche principali da un punto di vista diverso, quello giovanile.


Tuoni, lampi e il rumore assordante del treno. Tutta la scena si svolge all'interno di una stazione ferroviaria di una localtà non precisata. "Ci troviamo in una sala d’attesa, in un luogo dove si perdono i treni e dove mai nessuno riuscirà a partire. È la sala d’attesa della morte, in una stazione ferroviaria metafisica, simbolo, appunto della vita” – Gabriele Lavia. Il primo personaggio ad entrare in scena è un uomo qualsiasi che, perduto ormai il treno, siede in stazione in attesa del prossimo. Quest'attesa viene interrotta però dall'intervento del protagonista (l'uomo dal fiore in bocca). Quest'ultimo comincia a parlare con un'insistenza crescente fino ad arrivare ad un vero e proprio monologo interrotto solamente poche volte dall'intervento dell'uomo "pacifico" (colui che ha perduto il treno). E' chiaro che il protagonista ha un grande bisogno di comunicare, ma solo alla fine il viaggiatore ne capirà il motivo.
L'uomo dal fiore in bocca sprona l'uomo pacifico all'autoanalisi e lo induce ad una critica alla monotonia e alla banalità della vita che lo hanno reso privo di valori; "...perchè la vita, nell'atto che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato che ci rimane dentro".
 Durante questo dialogo si parla sia di temi universali sia di argomenti comuni e superflui, dai i quali il protagonista riesce a cogliere i più minuti aspetti della vita.
Viene messa in discussione la figura femminile, contrapponendo da una parte l'emancipazione della donna, dall'altra la perdità della viriltà degli uomini. E' però anche evidente l'identifcazione pirandelliana tra la donna e la morte. La morte infatti è in scena ed è rappresentata da una figura femminile in nero che appare talvolta al di là delle vetrate della stazione.
Il fiore in bocca rappresenta la morte, in particolare l'epitelioma di cui parla il protagonista.
"Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d'una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? è passata. M'ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: - «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!». Egli svela questa scomoda verità al viaggiatore.
Vorrebbe dimostrare gli aspetti negativi della vità per poterne sentire meno dolorosamente il distacco, ma ottiene esattamente il contrario. "Io le dico che ho bisogno di attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene anzi...per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicchè veramente non debba importare a nessuno di finirla". Per chi, come lui, sa che la morte è vicina, tutti i particolari e le cose, insignificanti agli occhi altrui, assumono un valore e una collocazione diversa. E' proprio l'idea della morte che lo porta ad apprezzare le cose belle della vita, che per gli altri sono divenute banali e insignificanti nella loro quotidianità.
Un inno alla vita e spunto di grande riflessione anche per noi giovani.
Per maggiori curiosità riguardo ai valori e ai messaggi che Gabriele Lavia voleva trasmettere, guarda il dialogo con Franco Perelli (DAMS, Università di Torino)

 
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Francesca Rolfo